7 Febbraio 2021

Terenzia, memoria di una mucca che sa perdonare

Qualche mese fa mi è capitato di assistere ad un episodio capace di spingermi a riflettere su quanto, soprattutto oggi, il tema della memoria e la capacità di saper perdonare siano importanti.
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In un pomeriggio d’autunno mi trovavo insieme a mio padre Giorgio e mio fratello Umberto a custodire gli animali. Sapevamo che da lì a poco la fattoria avrebbe accolto un nuovo membro: Terenzia, la nostra mucca bruno alpina, stava per partorire per la prima volta.

Non vedere Terenzia alla “greppia” (mangiatoia) del fieno per la cena fece sorgere in noi un presentimento. Iniziammo a cercarla e dopo pochi minuti la vedemmo sdraiata su di una piana al limitare dei rovi. La nostra Terenzia stava placida ma con il respiro accelerato: stava per dare alla luce il suo vitellino. Decidemmo di starle vicino ma di lasciarla tranquilla.

La notte arrivò e noi, illuminando i nostri passi con le torce, andammo a vedere a che punto fosse il parto. Trovammo Terenzia in piedi, con la placenta a pochi passi da lei. Non vedemmo però il vitellino. Iniziammo subito a cercare per tutto il pascolo, scendendo dai calanchi tra i rovi fino in fondo al lago grande. Non trovavamo Il piccolo. Il timore di tutti era che animali selvatici avessero approfittato del disorientamento della madre per rapirlo. Cercammo per ore, ma senza alcun risultato. È cultrùn* con le sue pareti d’argilla e la sua vegetazione impenetrabile sembrava averlo inghiottito.

Il mattino dopo, mentre ci occupavamo degli animali, sentii un muggito di un piccolo. Mi voltai e vidi Terenzia ritornare di corsa là dove aveva partorito e rispondere con forti muggiti. Insieme a mio padre riprendemmo le ricerche, spinti dalla speranza di ritrovare il vitello ancora in vita. Dopo qualche ora sembrava tutto perduto. Sconfortato, dissi a mio padre che era meglio desistere.

Mentre tornavamo sui nostri passi sentimmo un fremito di fronde dietro di noi. Ci precipitammo dove era il suono e facendoci largo tra fittissimi rovi trovammo il piccolo.
Era debolissimo, ma ancora in grado di dare segni della sua presenza. Appena riuscimmo a liberarlo Terenzia si precipitò da lui e iniziò a leccarlo, invitandolo ad attaccarsi al seno con dolci muggiti. Mentre, pieno di gioia, abbracciavo mio padre, decisi che il piccolo si sarebbe chiamato Giorgio, proprio come papà.

Vi ho raccontato questa storia perché nel ricordarla ho compreso che qualcosa di meraviglioso era accaduto sotto i nostri occhi.
Terenzia fu abbandonata da sua madre pochi minuti dopo il parto e di lei ci prendemmo cura noi, allevandola come meglio abbiamo potuto.
Credo che Terenzia, giunta al momento del parto, abbia sentito il bisogno di tornare proprio nel luogo in cui la sua vita ebbe inizio in modo così burrascoso. Lei che era stata abbandonata in quel medesimo luogo ha voluto marcare una differenza e affrancare lei e il suo piccolo da quella triste storia. Terenzia non ha abbandonato il suo piccolo e ci ha guidato al suo ritrovamento.
Questa storia di riscatto morale mi ha insegnato molto e spero possa far riflettere anche voi. È un invito rivolto a tutti, per pensare quanto sia importante far sì che la memoria e il perdono possano prendersi per mano ed accompagnarci ogni giorno nel nostro cammino.

*in dialetto locale della montagna, indica una pesante coperta usata per riscaldarsi durante i freddi inverni. Questo è anche il nome dato al pascolo posto a sud della nostra azienda in quanto luogo impervio e capace di raggiungere, in periodo estivo, temperature molto elevate.

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